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Il TOR - Racconto dell'Amico Giorgio Manoni

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Il TOR - Racconto dell'Amico Giorgio Manoni

 

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Ho avuto il piacere di conoscere Giorgio alla Trans H'Avet di quest'anno, abbiamo fatto gli ultimi 10/15 km km e siamo arrivati assieme.

Ecco il racconto:

Avverto, è lungo, ma a chi ha la voglia e la pazienza, spero che trasmetta anche solo un pò delle emozioni da me provate lungo i lunghi 339km e le 149 ore e 55 minuti (ebbene si, ho avuto il privilegio di arrivare ultimo  :)

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Pomeriggio di Marzo, un bip sul telefono mi avverte dell’arrivo di una mail. Suono familiare, come 100 altri bip che arrivano durante la giornata...ma no, stavolta è diverso. Quasi incredulo ne leggo il contenuto e mi si comunica il mio ripescaggio al Tor des Geants...l’avventura ha inizio...

Tutto era cominciato per gioco qualche mese prima, affascinato dai video di questa “gara-non gara”, un viaggio verso l’ignoto lungo 330km e 24.000mt dislivello (che quest’anno poi saranno 339km e quasi 30.0000 metri...), e la conseguente voglia di provarci, di andare all’avventura, di vedere se il fisico e la mente sapranno sorreggermi per 150 ore giorno e notte...

I successivi mesi fino alla partenza voleranno veloci come sempre, con il mio lavoro a Londra e in giro per l’Europa, un pò di gare impegnative (per me) fatte nei dintorni di Courmayeur, in Veneto, in Svizzera, tra Giugno e Agosto, la conoscenza di belle persone come Massimo (e la sua splendida dolce metà Marina) con cui farò gare e percorsi di avvicinamento e condividerò parte del percorso, ma anche purtroppo eventi tragici come la morte della mia adorata mamma a fine Agosto.

La testa a tratti non c’era dopo fine Agosto, ma spesso tra le lacrime del dolore per la grave perdita mi sono detto che bisogna essere forti, che lei ci sarà sempre, che anche da lassù veglierà su di noi e ci proteggerà sempre nelle nostre passioni, nelle nostre “follie”, ed è così che ancora più carico mentalmente e fisicamente mi presento l’11 settembre al ritiro pettorali...
Borsa gialla e pettorale, primi tangibili esempi che stiamo entrando in dimensione Tor...la tua vita di una settimana racchiusa in soli 30lt di stoffa gialla fa già riflettere su quanto questa gara ti richiederà in termini di impegno, ma anche quanto incredibilmente saprà donarti in termini di esperienza di vita e nuove conoscenze, di noi stessi e di chi ci circonda.

Da subito si scopre che 30lt sono tanti ma sono anche pochi, e così fatta la cernita di cosa mettere e cosa non mettere (Massimo, grazie per i bastoncini!!!), mollo la borsa nell’autobus dell’organizzazione...fuoco alle polveri, alea iacta est, si parte!

Dai primi km nel centro di courmayeur tra le lacrime per la consapevolezza di andare a provare qualcosa di grande fino all’ultimo giorno di gara si susseguiranno momenti di eccitazione, scoramento, fatica, gioia, dolore, goliardia, amicizia, emozioni vere che ancora oggi, a distanza di 10 giorni, trovo fatica a mettere insieme e a metabolizzare, sì perchè il Tor per me non è una gara dove parti e arrivi mettendoci tot ore per tot km....il Tor, almeno per me, è stata un’esperienza sportiva e di vita bellissima fatta di mille tasselli, mille frammenti che in ordine sparso come un puzzle il giorno e la notte hanno fatto parte di me, mi sono “entrati dentro”, così come la polvere e il fango e la pioggia e la neve lungo i 24.000 (o 30.000, boh...) metri di salita e discesa.

Primo giorno, le energie sono al massimo, si gode del sole caldo e con l’amico Massimo si inizia a scollinare, Col de l’Arp e poi rifugio Deffeyes...prima minestrina con fontina, cibo per eccellenza del “viandante Tor” e panorami di una bellezza incredibile, laghi, ghiacciai perenni in lontananza e atmosfera da piccolo Tibet con relative bandierine colorate resteranno a lungo vivide nella mia memoria, ma bisogna andare, muoversi sempre...questo il lietmotiv del Tor...mai più di 1 ora di riposo, un amico polacco sosterrà in seguito “no more than 10 minutes”...ma comunque l’imperativo è andare...segui le bandierine gialle e prima o poi la meta, una delle tante mete, arriverà...

La prima vera meta, Valgrisenche, è ancora lontana, prima ci dobbiamo buttare in discesa in un cumulo di pietre per discendere da Passo Alto e poi ci aspetta il primo “vero” Col...il famigerato Crosatie che con i suoi 2.829 metri, le sue pietre tecniche rese scivolose dalla pioggia ci sta lentamente dando il suo benvenuto nelle terra del Tor: qui niente è scontato, niente è gratis, tutto va guadagnato, tutto va faticato, ma si sa anche che la fatica poi passa mentre l’emozione resta per sempre, e qui al Tor ci si emoziona tanto, ma tanto proprio.

I primi 50km e 4000 e rotti sono andati, normalmente questo sarebbe già sufficiente per me, ma qui siamo solo all’aperitivo, all’antipasto,....si perchè dopo aver raggiunto la prima base vita e non aver dormito manco un minuto ci aspetta la seconda giornata, la più dura per me.

Saranno da passare nei prossimi 56km tre “colli” (peraltro in Val d’Aosta si divertono a prendere gioco della lingua italiana, questo mi sembra evidente...contando che il dizionario Garzanti alla voce colle recita: “rilievo d’altezza intermedia tra l’altura e la collina”...mentre qui al Tor ogni colle è tra i 2700 e i 3300 metri!!!!) di quelli tosti: Fenetre, Entrelor, Loson...

Caldo, caldo torrido, mancanza di voglia di mangiare, collo in alto a rimirare queste pendenze assurde e queste cime inarrivabili, mai viste, così tecniche...e la voglia di abbandonare, di ammettere che uno di città che vive nella città più piatta d’europa forse non dovrebbe cimentarsi con decine di migliaia di metri di dislivello....è crisi, crisi nera. Massimo si allontana come è giusto che sia per uno come lui veloce in salita, ma dalle retrovie spunta Federico, un nuovo amico, amico vero, con cui ci si fa forza, ci si crede, si lotta insieme e tra corde, scalette, pietraie il tutto condito dal tramonto e dalla luce forte delle frontali siamo in cima al Col Loson, grazie Federico e Massimo...senza di voi il mio Tor sarebbe finito qui!

E invece il Tor è anche questo, è sapersi dare, sapersi aprire a nuove esperienze, condividere emozioni con gli altri, essere umili e avere la consapevolezza di essere dei privilegiati nel poter correre e camminare nelle valli più belle del mondo con altre 850 persone da 71 (si, 71!) paesi diversi...farsi forza a vicenda, dare e ricevere, e io il secondo giorno ho ricevuto tanto.

Terzo giorno, tappa “facile”, solo 45km e 2500 metri in direzione Donnas...Sali scendi, scendi e sali, ma anche piattume...un concetto che qui in Val d’Aosta hanno applicato di rado sul percorso...pensieri in libertà, preghiere per mia mamma ad ogni colle, foto e momenti solitari in attesa di ricongiungermi di nuovo con Massimo e Federico e conoscere Marcin, nuovo amico polacco dalla forza e dalla simpatia ineguagliabili...e in mezzo a questo “torpore” il lago Miserin, bello bello bello...da solo vale la giornata.

Base vita di Donnas, il gioco si fa duro, siamo a oltre 150km...ci aspetta la famigerata tappa Donnas-Gressoney di oltre 50km e oltre 5.500mt di dislivello....ma mi aspetta anche il volto di Stefy che dalla base vita fa capolino e mi terrà compagnia fino ad Ollomont...bello sapere che alla base vita, oltre ad un pasto caldo, c’è qualcuno che ti vuole bene pronto a darti conforto, fiducia e supporto per le fatiche successive. Si dorme un pò ma si deve ripartire al solito...

Salitona tra le Vigne, mitico rifugio Coda, discesa al lago Vargno, luna piena...ma piena piena e con Federico e Marcin spegniamo le nostre frontali, per crogiolarci in una pioggia di stelle di una bellezza inaudita....Tor da qui in poi tu mi hai proprio stregato, mi hai fatto sentire un puntino nell’universo che incessante va avanti rimirando le meraviglie che gli stanno intorno e chiaccherando del più e del meno punta al traguardo, che poi traguardo non è....punto di arrivo di un lungo viaggio, ecco questa definizione trovo sia più consona all’atmosfera che sto vivendo.

Rifugio Balma, che ricordi, video goliardici, dieci minuti (“no more”) di riposo su una panca di legno del rifugio, immancabile minestrone con pastina e via di nuovo...180km sulle gambe, e che sarà mai, se lo fanno gli altri lo puoi fare anche tu, e cosi via verso Crenna dou Leui (per me uno dei posti più belli del Tor) e giù in picchiata a mangiare polenta e carne alla brace sotto al bivacco con la pioggia che inizia a bagnare i nostri corpi e poi il bosco e Niel e io e Federico che zuppi tentenniamo sul da farsi mentre Marcin praticamente scalzo e in pantaloncini corti ci ricorda che se diluvia “weather is good” e bisogna andare avanti sempre...e quindi si va, si va e si arriva alla mitica Loo Valley dove un manipolo di personaggi sciroccati anima il rifugio più “casinaro” del Tor, prima di arrivare a Gressoney: 206km e, boh, 15-18.000 metri di dislivello.

Gressoney, stanchezza forte, ma proprio forte, siamo in quattro ora nella base vita, quattro più Marina e Stefy che alla fine faticheranno e saranno “dentro al Tor” tanto quanto noi: io, Massimo, Federico e Marcin...decidiamo di dormire un pò (ben 1.30 ore!!!) e di ripartire quasi allo scoccare del tempo limite.... ore 00:43 siamo fuori e ci dividiamo in due gruppetti.... Marcin e Federico se ne andranno veloci come il vento da subito mentre io e Massimo, vestiti tipo sherpa himalayani, inizieremo ad arrancare verso una delle salite più assurde del Tor, direzione Rifugio Alpenzu e Col Pinter....solo un sadico poteva disegnare una salita del genere, un passo avanti e due indietro, no comments!

Ma comunque si va avanti. Personalmente penso che al Tor le energie si prendano un pò dappertutto....da 1 ora di sonno, dal minestrone, da un whatsapp di un amico che ti da conforto, dal vedere altri concorrenti che vanno avanti, dalle foglie che cascano dagli alberi, dalle stelle, dalle albe, dai tramonti, dalle pietre, dalle allucinazioni, dallo zainone di Makoto, dalla vista sul sentiero del franco-peruviano del trittico UTMB/4k/Tor...

Uno dei principali insegnamenti di questo Tor è la capacità di pensare sempre positivo, non lo ho fatto il giorno 2 e ho capito la lezione, mentre credo di averlo sempre fatto da quel momento in poi, e questo è basilare, senza pensieri positivi a Courmayeur non si torna con le proprie gambe!
Pioggia, pioggia e ancora pioggia, da Niel per 48 ore sarà solo pioggia...dopo il sole dei primi due giorni, ma la pioggia a noi quasi-giganti ci fa un baffo, per cui si scende e poi si risale in queste folli montagne russe e passando per il rifugio Gran Tourmalin a oltre 2.500mt e Col di Nana a 2.800mt si va poi giù in picchiata fino a Valtournenche, km 239 e altra importante meta!

Siamo ancora insieme con Marcin e Massimo, mentre Federico si attarda un pò sul percorso, la stanchezza si fa sentire ma 1.5 ore di sonno, una birra, un’insalata di riso mi faranno ritornare il sorriso e alle 18.30 in punto mentre le persone “normali” escono dal lavoro o vanno a prendersi un aperitivo, noi, quelli del Tor, quelli che “siamo liberi, liberi, liberi di volare...liberi di sognare” usciamo per andare a spararci altri 50km e 4.500 mt di dislivello duri ma proprio duri, più di quello che potessi immaginare...

Primi 1300 mt di dislivello verso le Fenetre du Tsan a 2.700 metri e poi giù al Rifugio Magià a 2.000 metri e poi su al Cuney, notte lunga notte, notte solitaria...Marcin ha allungato il passo, Massimo pure e Federico è dietro...arriverò alle 8 del mattino sul Col Vessonaz da solo, la nevicata notturna ha spolverato di bianco tutte le cime circostanti che sembrano ora tanti bei pandori natalizi che a 360 gradi illuminano la valle....tutto è troppo bello qui a 2.800 metri in solitaria, faccio un piccolo video con l’iphone immortalando un amico di Hong Kong che con il suo sorriso travolgente mi ricorda che siamo qui per godere di tutto questo e per pensare – ancora una volta – sempre più positivo, perchè forse il sogno si può coronare, un passo dopo l’altro, un passo dopo l’altro...grande lezione dal Sol Levante.

Ma il Tor è di fatto iniziato da poco, sali e scendi e si arriva ad Oyace intorno a mezzogiorno....e qui...il buio, un concentrato di fattori non proprio positivi mi si inizia ad abbattere contro in modo veemente: in primis, unico ristoro dove non ho praticamente trovato nulla da mangiare, poi mi giro e vedo almeno 10 persone che si ritirano perchè non pensano di farcela a star dentro i cancelli e da ultimo, l’amico Massimo su una brandina in compagnia di Marina, ritirato causa problemi fisici....il morale è sotto i tacchi, la stanchezza è a livelli inauditi, ho fame e, neppure troppo silenziosamente, medito il ritiro anche io.

Giorgio, Giorgio devi mangiare, riposare e quando ripartirai sarà quasi l’1pm, come puoi pensare in 4 ore di spararti 1000 metri di salita fino al Col Brison tra pioggia e nebbia e poi altrettanti di discesa fino a Ollomont per stare nel cancello delle ore 17? Inizialmente queste domande me le pongo in modo sereno, poi la mia mente si incazza con la situazione e so che con questo spirito negativo non andrò da nessuna parte...ed è qui che credo di aver dato una bella prova di carattere. Mi sono detto: Giorgio fisicamente non hai problemi seri, grazie a Dio, finora hai macinato 275 km...e vuoi ritirarti proprio ora??? In 30 secondi mi do la risposta, mentre finisco di ingozzarmi l’n-esima tazza di brodo, saluto Massimo e Marina promettendogli di avere cura di me e mi lancio letteralmente verso il Col Brison andando forte in salita per i miei ritmi, forse troppo forte, fatto sta che arrivo in solitaria senza nessuno sul sentiero alle 15.30 al Col Brison...quanto manca chiedo? Almeno 2 ore se non di più mi dicono...

Follia, follia, si deve correre ma il sentiero è troppo tecnico, eppure io adoro le discese, mi piacciono e così vado giù in velocità prendendomi dei rischi, anche troppi a tratti e infatti a un certo punto volo giù in un tornante contro una pietra ma per fortuna godo di protezione materna dall’alto e quindi anzichè atterrare sulla pietra, finisco sul bastoncino: morale, io non mi faccio niente, mentre il bastoncino si danneggia irrimediabilmente piegandosi completamente ad arco sotto il peso dei miei 80kg....un pò spaventato proseguo con un giapponese ad andatura molto più ridotta...credo di essere una persona dotata di testa sulle spalle e alla fine è solo un gioco...non voglio rischiare di farmi male, ma l’orgoglio di arrivare entro le 17 ce l’ho però!

Arriverò alla base vita di Ollomont un pò incazzato, infreddolito e imbottito di acido lattico alle gambe causa tirata in discesa... alle 17 in punto, trattato come un eroe da Stefy e i volontari...

La prima reazione è di felicità, profonda felicità per avercela fatta, ma passano 5 minuti e realizzo che – caro Giorgio – entro 1 ora o poco più tu devi essere fuori già mangiato, docciato (forse), riposato (ari-forse) e avendo già deciso cosa portare nello zainetto per i finali 50km e 4.000metri tra notte, neve, freddo...

Il Tor da questo punto di vista è spietato, i top dormono 1 ora a notte per arrivare tra i primi, chi viaggia tra le 110-130 ore comunque dorme 1 ora a notte perchè se ne dormisse 3-4 per notte, scivolerebbe tra quelli delle 140-150 ore...e chi nativamente viaggia tra le 140-150 ore come noi, di nuovo dorme 1 ora a notte e sta in più con l’ansia di entrare nel mirino delle amiche-nemiche scope...

Care scope non mi avrete, o almeno non mi avrete ad Ollomont....me ne scappo quindi alle 17.30 verso la salita e la notte dopo 1 ora e mezzo in base vita supportato da Stefy e nessuno più...le facce amiche sono indietro o avanti ma comunque non sono lì con me.

Mi accodo a due nuovi amici di Biella (Aldo) e Torino (Fabrizio). Aldo ha un passo che definire regolare è riduttivo...credo che ci si potrebbero regolare gli orologi col ticchettio dei suoi passi e così parlando del più e del meno ci facciamo altri 1000 metri di salita per arrivare ad ora di cena al rifugio Champillon; pasta al ragu, birra, 15 minuti di sonno a braccia incrociate sul tavolo da pranzo e il morale torna alle stelle, ce la possiamo fare!

Ma al solito al Tor non ci si può mai rilassare un attimo e così quando dai 2.700 metri del Col Champillon iniziamo a scendere verso il prossimo ristoro, ecco la nuova (brutta) sorpresa...il volontario del bivacco a Ponteilles Desot (1807 m) ci mette un’ansia incredibile sul fatto che difficilmente potremo raggiungere l’ultimo cancello della gara a Merdeux – 2.200 metri – entro le 8 del mattino.

Confesso che ci viene quasi da piangere a tutti e tre; Aldo e Fabrizio hanno la reazione immediata di scappare e correre veloci come il vento e così resto di nuovo solo nel freddo del bosco tra un sali e scendi infinito...energie al lumicino, morale di nuovo a terra e allucinazioni che iniziano a montare, di colpo vedo quattro cani labrador che mi seguono nel sentiero, e per me che amo i cani questa è una cosa bella, poi vedo in lontananza quattro volontari con un gilet giallo...ma in realtà cani e volontari sono tutte fantasie della mia mente obnubilata dai 300km percorsi in quasi 6 giorni con solo 7-8 ore di sonno totali al mio attivo...

Mentre penso ai labrador e al fatto che devo dormire, dalle retrovie spunta un nuovo amico, dalla Malesia stavolta, passettini piccoli, zaino minimal, sorriso stampato, perfetto esemplare di “Tor Asiatico”...corriamo relativamente veloce in discesa ma io so che dovrò dormire prima o poi, barcollo e le allucinazioni non mi abbandonano; a un certo punto mi fermo di botto e gli dico che io devo dormire 20-30 minuti al ciglio della strada, e lì mi sarei aspettato che mi dicesse che lui andava...e invece no, lui mi dice: “you sleep, I wake you up...” Non credo alle mie orecchie, seconda lezione di vita dagli amici asiatici al Tor. Ma stavolta non posso permettere cotanta gentilezza, siamo pur sempre in una gara individuale a lottare contro i cancelli, per cui gli propongo di andare avanti – non mi offendo – o di dormire... finirà che dormiremo 25 minuti infreddoliti con le teste sulle pietre per poi ripartire “riposati” e senza più allucinazioni: anche questo è Tor!

Rifugio di Mottes, km 315, dormo 35 minuti ed esco riposato ma sempre più in ritardo sui cancelli in compagnia di due nuovi visi amici, Jane brasiliana e Joao portoghese. Li costringerò a parlare inglese con me e a rinunciare al loro portoghese e, guidati dal passo sportivo di Joao, fieramente e in compagnia di un gruppetto di una decina di altri concorrenti, scavalliamo a Merdeux alle 7 del mattino, ben 1 ora prima del cancello.

La gioia ora inizia a crescere, se si passa quest’ultimo cancello, vuol dire che – a meno di problemi fisici – si può pensare di essere dei giganti e arrivare a Courmayeur. In 1 ora siamo al Rifugio Frassati e li ci faremo l’ora di sonno più bella di tutto il Tor... rifugio caldo, pasta al ragu, consapevelozza di essere nei tempi, quasi finisher, e un carosello di montagne sui 4.000 metri che noi possiamo quasi toccare con un dito dall’alto dei 2.600 mt del rifugio: se questo non è una dimensione paradisiaca, poco ci manca. 

Partiamo con le scope in un gruppetto internazionale in direzione Malatrà. 2.936 mt, il “colle” simbolo del Tor, ci siamo, neve sul sentiero, neve ovunque e morale alle stelle, siamo una decina, scherziamo con le scope e siamo euforici, il traguardo appare vicino....

Discesa, discesa infinita ma anche salita, quella famigerata variante che, rispetto alle edizioni degli anni scorsi, permette di evitare il rifugio Bonatti, ma in compenso implica diverse centinaia di metri di dislivello in salita....i pensieri sull’organizzazione in questi momenti preferisco non ripeterli, e certamente non li scriverò in questo racconto.

Mi attardo in salita e discesa perchè mi viene naturale parlare e scherzare con le scope, che oltretutto sono quasi delle mie parti – un carabiniere di base a Courmayeur ma abruzzese e una ragazza simpatica sposata e residente ormai da 15 anni a Courmayeur, ma originaria di Cassino - e così con il passare delle ore mi accorgo che sono tra gli ultimi.

Le scope mi dicono che se arriverò ultimo sarà festa grande, perchè al Tor gli ultimi sono osannati come i primi, e così che ultimo sia! In realtà sto bene, molto bene, di testa e di gambe, ma a questo punto mi hanno “eletto” come ultimo, e ho un ruolo da difendere, per cui inesorabilmente rallento! 

Bertone, passaggio veloce, ormai è fatta, mi cambio per essere anche più presentabile all’arrivo e in men che non si dica dopo 30-40 minuti il sentiero finisce per entrare verso il paese, ma ecco che Massimo e Marina mi raggiungono per fare gli ultimi km con me e le scope...da ultimo si aggancia anche Ana Bustamante, forte atleta spagnola al suo terzo Tor, amatissima in Valle, che ha deciso anche lei questa volta di attardarsi sui sentieri e quindi di arrivare ultima insieme a me.

Corriamo e corriamo e i passanti ci gridani “Giganti”, fatico a trattenere le emozioni e a capire cosa sta succedendo...quando di botto mi ritrovo con una bandiera spagnola in mano a correre all’impazzata con Ana lungo il viale principale di Courmayeur tra ali di folla, tifo da stadio per chiudere con lo speaker che urla i nostri nomi in mezzo a un mare di persone: Giorgio e Ana....gigantiiiiiii!!!!

Da lì in poi sarà festa, emozione, pianto, sorrisi, gioia, vedere di nuovo Massimo, Marina, Federico e Alexandre con in mano focaccia e birra per me...sono attimi che non dimenticherò mai, manca solo Stefy qui in questi quadretto, che purtroppo è dovuta scappare per motivi personali gravissimi, ma è come se fosse qui...

Dopo lunghe 149 ore e 55 minuti mi sento catapultato in un qualcosa di enorme e mi trovo un pò in imbarazzo a vedermi immortalato in foto, video, a dover rilasciare interviste, io che in vita mia non sono mai stato premiato per nulla da un punto di vista sportivo!

E’ stata un’esperienza unica, unica, unica, più intensa e totalizzante di quel che potessi solo minimamente immaginarmi...i paesaggi, le persone, le sensazioni del mio corpo e del mio cuore rimarranno per sempre con me....Tor mi hai davvero conquistato... e come dice il buon Vasco....oggi come non mai “siamo liberi, liberi di sognare”....ed infatti sognare le montagne e i colli è quello che sto continuando a fare da 10 giorni a questa parte...perchè il Tor è un qualcosa che ti resta dentro, che lo si chiami “mal di Tor” o altro, ti resta dentro, forte e a lungo... W il Tor!

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About me

Michelozzo, al secolo Michele Pini, classe 1979.

Sempre più spesso in fuga su qualche sentiero montano, in compagnia della famiglia, di qualche buon amico o in solitaria col peloso e fedele Snow.

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